12 agosto: Beato Isidoro Bakanja

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Beato Isidoro Bakanja e lo scapolare del Carmelo


Siamo invitati a conoscere la storia dei nostri Santi e Beati, ecco una buona occasione per conoscere la storia di questo ragazzo e la sua devozione alla Beata Vergine tanto da sacrificare la propria vita: numerosi martiri dei primi secoli morivano pregando per chi li uccideva. E così ha fatto nel Ventesimo secolo lui, diciottenne eroe di pelle nera.
Era nato nell’attuale Repubblica Democratica del Congo (già Zaire), che all’epoca sua era sotto la sovranità di re Leopoldo II del Belgio a titolo personale: una sorta di proprietà sua, che sarebbe poi diventata colonia col nome di Congo Belga.

L’anno di nascita di Isidoro non è sicuro, ma lo è quello del suo battesimo: questo ragazzo della tribù Boangi, istruito nella fede da due missionari, è diventato cristiano nel 1906, intorno ai suoi 18 anni.

 

Si fa strada sul lavoro, diventa assistente edile, poi lo assume come domestico l’agente di una società proprietaria di grandi piantagioni di caucciù: un belga, come la sua società; come quasi tutte le altre imprese in Congo. E come i due missionari che hanno convertito Isidoro, Trappisti dell’abbazia di Westmalle, vicino ad Anversa. Ma a questo dirigente le conversioni non vanno giù. I neri devono lavorare, chi prega perde tempo.
Ce ne sono altri come costui nelle grandi società, avversi al cristianesimo fors’anche per ragioni ideologiche, ma certo perché vedono nel legame di fede dei congolesi tra loro e con i missionari un pericolo per il pieno potere delle società sulla manodopera nera.
Isidoro non resiste, vorrebbe tornare a casa, ma gli è proibito. Gli comandano anzi di buttare via lo scapolare della Madonna del Carmine che porta al collo, insegna della sua fede. Lui rifiuta, e allora cominciano due successive flagellazioni che gli procurano ferite inguaribili. Così straziato lo portano in un altro villaggio, per non farlo vedere a un ispettore. Ma questi lo trova, "con il dorso scavato da piaghe purulente e fetide, coperte di sporcizia, assalite dalle mosche". Decide di portarlo con sé per curarlo. Ma Isidoro sente venire la morte e dice a un amico: "Se vedi mia madre, se vai dal giudice, se incontri un sacerdote, avvertili che sto morendo".
Arrivano dei missionari e lui racconta la vicenda; esortato a perdonare il suo torturatore, risponde di sì: "Quando sarò in cielo, pregherò molto per lui".
Flagellazione mortale, ma agonia lunghissima: sei mesi. Un’atroce decomposizione di carne viva. Isidoro Bakanja si è fatto rimettere al collo lo scapolare e stringe in una mano la corona del Rosario: che tutti lo vedano morire professando la fede. Che tutti lo sappiano, neri e bianchi. Giovanni Paolo II lo ha proclamato beato nel 1994.

Domenico Agasso

 

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